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“L’altro giorno, dalla parte opposta di questo stagno, ho visto un fenicottero dell’83 che veniva dalla Francia. Un fenicottero di 41 anni, che probabilmente si è fatto tutto il giro del Mediterraneo”.

Gabriele Pinna, ornitologo e delegato della Lipu per la provincia di Oristano, sembra conoscere i fenicotteri uno a uno. Del resto li studia da anni, insieme a decine di altre specie di uccelli che ancora popolano questo raro scrigno di biodiversità.

Siamo nello stagno di S’Ena Arrubia, sul golfo di Oristano, nella Sardegna centro-occidentale. È una zona umida, o wetland. Lagune, delta di fiumi, paludi, acquitrini, torbiere: le zone umide sono tra gli ecosistemi più preziosi e al tempo stesso più minacciati d’Europa. Queste aree un tempo erano considerate soltanto come territori malsani, da bonificare. Ma le grandi opere di bonifica degli anni Venti e Trenta del Novecento, per quanto in alcuni casi utili per sconfiggere la malaria, di fatto hanno provocato una perdita di habitat e biodiversità a ritmi mai visti prima nella storia. Oggi la comunità scientifica ha riconosciuto il ruolo utile e necessario delle wetland nella lotta alla crisi climatica: proteggono dalle conseguenze degli eventi climatici estremi, sono tra i più efficaci serbatoi di carbonio del pianeta e contengono gli effetti antropici sul territorio. Nonostante questo, le zone umide continuano a ridursi per intervento dell’essere umano. 

S’Ena Arrubia. Lo stagno sopravvissuto

La wetland sarda in cui ci troviamo oggi è un caso emblematico. È una porzione dell’enorme palude a sud di Oristano bonificata in epoca fascista, tra il 1934 e il 1937. Oltre la strada che oggi separa lo stagno di S’Ena Arrubia e l’idrovora di Sassu si estendevano circa 200 acquitrini intervallati da dune, per un totale di 18mila ettari. L’operazione di bonifica spazzò via quasi tutto, spianando le dune, coprendo gli acquitrini e trasformando questa immensa zona umida dell’oristanese in una pianura fertile per agricoltura e allevamento. Il fulcro diventò Arborea, comune della provincia di Oristano che fino al 1944 si chiamava ‘Mussolinia di Sardegna’: la bonifica lo trasformò in uno degli angoli più produttivi dell’isola. Ma a un prezzo altissimo. E non solo per il drammatico impoverimento dell’avifauna e la perdita di biodiversità. È ormai dimostrato che le zone umide hanno un ruolo chiave per mitigare la crisi climatica e la loro distruzione rende il territorio più vulnerabile a eventi estremi (come la violenta alluvione che ha colpito Oristano e l’intera Sardegna nel 2013).

Lo stagno di S’Ena Arrubia, con la sua superficie di circa 300 ettari, è una delle zone umide sopravvissute alla bonifica. Salvato dal prosciugamento, è diventato oggi un bacino indipendente, alimentato da canali artificiali di acqua dolce, ed è una riserva naturale. Qui Gabriele Pinna e i suoi colleghi ornitologi vengono a fare i censimenti dell’avifauna e a tenere d’occhio lo stato di salute delle aree protette nella zona.

Davanti a noi decine di fenicotteri mangiano indisturbati, con la loro elegante postura equilibrista. “Potete capire che questi fenicotteri sono in alimentazione – ci spiega Pinna – perché ruotano leggermente su loro stessi e con le zampe smuovono il fango, che poi filtrano attraverso il becco”.

I fenicotteri si nutrono principalmente di molluschi, insetti acquatici e piccoli crostacei. Ed è proprio da questi ultimi che prendono il loro tipico colore rosa: in particolare dal gamberetto Artemia salina, che a sua volta si nutre di alghe ricche di pigmenti rosati chiamati carotenoidi.

Il fenicottero francese dell’83 avvistato da Pinna e che è venuto a mangiare da queste parti si è fatto riconoscere grazie alla più tradizionale ed efficace tecnica di censimento: l’inanellamento. Come spiega l’Associazione per il Parco Molentargius, dove vi porteremo in un altro capitolo dell’inchiesta, questa tecnica consiste nell’apporre alla zampa del giovane fenicottero un cilindretto di Pvc sul quale è stampigliata una sigla univoca. Questo è il metodo meno invasivo per tracciare i movimenti migratori e raccogliere dati preziosi sulla biologia della specie.

“Servono un binocolo, occhio esperto e un po’ di allenamento. E attraverso la lettura degli anelli riusciamo a ricavare tanti dati, dall’età allo stato fisiologico – racconta Pinna. – Quando io leggo un anello, ricevo una statistica di movimenti che si chiama ‘storie di vita’. Tutti gli ornitologi del Mediterraneo possono contribuire al database, e io da questa scheda posso vedere chi ha letto un determinato anello e quando. Magari l’ho letto io stesso nell’80, non è da escludere”.

Proteggere le zone umide. La convenzione di Ramsar

Per aiutarci a vedere meglio i fenicotteri Gabriele Pinna tira fuori un cannocchiale dal bagagliaio della sua Panda 4×4 e lo monta a qualche metro dallo stagno di S’Ena Arrubia. Intanto continua a raccontare.

“Questo è uno stagno delicato – dice – perché è un bacino di raccolta delle acque, quindi di fatto è un’opera idraulica. Però è uno stagno a tutti gli effetti, è una riserva naturale, protetta da Ramsar”.

Già, la Convenzione di Ramsar. A oggi, l’unico riconoscimento internazionale ufficiale dell’importanza delle zone umide. È il 2 febbraio 1971, un anno prima della grande Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano di Stoccolma. Nella città iraniana di Ramsar, sulle sponde del Mar Caspio, i rappresentanti di sette paesi firmano la Convenzione sulle Zone Umide di Importanza Internazionale – la Convenzione di Ramsar, appunto. Nel corso degli anni i paesi firmatari diventano 172, per un totale di oltre 2.400 siti Ramsar nel mondo e circa 2,5 milioni di chilometri quadrati coperti (qui un report con la lista aggiornata, pubblicato a marzo 2024).

L’Italia, che ha aderito alla Convenzione nel 1976, ad oggi conta 57 siti Ramsar, distribuiti in 15 regioni, per un totale di quasi 74 mila ettari (dati del Ministero dell’Ambiente). Di queste 57 zone umide italiane riconosciute di importanza internazionale, 9 sono in Sardegna. E dei 9 siti Ramsar sardi, 6 sono a Oristano.

La mappa rappresenta le 57 zone umide registrate in Italia secondo la Convenzione Ramsar. I siti Ramsar sono individuati da cerchi di color grigio, la cui dimensione varia in base agli ettari della zona umida, mentre i colori delle regioni rappresentano gli ettari totali delle zone umide Ramsar all’interno di quella regione. Dati: Ramsar

Ma Ramsar non basta

Stagno di S’Ena Arrubia, stagni di Corru S’Ittiri, Marceddì e San Giovanni, stagno di Pauli Maiori, stagno di Mistras, stagno di Cabras, stagno di Sale ‘e Porcus. Ecco i 6 siti Ramsar dell’oristanese, a cui si aggiungono lo stagno di Cagliari e lo stagno di Molentargius in provincia di Cagliari e infine, aggiunta nel 2021, la Foce del Rio Posada in provincia di Nuoro, a nord della Sardegna.

Nove aree protette che però sono soltanto una goccia nell’oceano, ci spiega Gabriele Pinna. “Non esiste una gestione complessiva degli stagni. La Convenzione Ramsar è soltanto una dichiarazione di intenti, non vincolante”. A metterci una pezza potrebbe essere in futuro la Rete Natura 2000, strumento dell’Unione europea per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciate o rare a livello comunitario. “Ma purtroppo le misure in atto non sono sufficienti – continua Pinna – e i Comuni non hanno la forza o non hanno le competenze per portare avanti misure serie di protezione del territorio. Io dico che non hanno la passione”.

Alla (mancata) gestione delle zone umide sarde dedicheremo un intero capitolo di questa serie di inchieste. Ma, dal punto di vista scientifico e naturalistico, l’aspetto più rilevante da considerare è che la Convenzione Ramsar non basta. E non soltanto per la sua natura non vincolante. Il problema è che i siti protetti Ramsar sono una piccolissima percentuale del patrimonio di zone umide che andrebbe tutelato e protetto. Ancora una volta, il caso della Sardegna è particolarmente significativo.

“Qui ogni pozza, ogni canale è importante quanto lo stagno di Ramsar. Per esempio, io ho fatto il censimento delle garzaie. In un canale delle bonifiche vicinissimo ad Arborea, che era completamente ricoperto di canneto, ho trovato qualcosa come seicento coppie di aironi guardabuoi. Quindi sarebbe da Ramsar anche quel canale. Ovunque voi andiate nel Golfo di Oristano, potrete trovare esempi simili. Ed è uno spreco, perché nessuno neanche le conosce queste zone umide“.

Ed è con queste parole che la nostra storia prende una piega nuova. Il patrimonio delle wetland in Europa è altamente sfruttato e la maggior parte dei paesi non ne ostacola in alcun modo lo sfruttamento, sostenendo anzi l’agricoltura intensiva, l’estrazione industriale e il turismo di massa. Lo dimostrano casi recenti messi in luce da team di giornalisti in Irlanda e Germania, partner de Il Bo Live in questa inchiesta cross-border che non a caso abbiamo chiamato Wasted Wetlands.

Ma l’esempio sardo ci mostra, fin da questa prima visita a S’Ena Arrubia, che il patrimonio delle zone umide in Italia non soltanto è sfruttato: è anche ignorato, non conosciuto, dimenticato. E quindi sprecato.

Tutte le wetland della Sardegna

È così che abbiamo deciso che la prima tappa della nostra inchiesta avrebbe dovuto far luce anche su questo ‘spreco’ delle zone umide. Lo abbiamo fatto a partire da paper scientifici e report tecnici, per provare a districarci in ciò che la comunità scientifica, come spesso accade, ha iniziato a intuire diverso tempo fa a partire dai dati: il patrimonio delle zone umide è molto più ricco, prezioso e al tempo stesso minacciato di quanto si potesse immaginare.

Di nuovo, il caso sardo lo dimostra. Tra i vari studi che abbiamo analizzato, ce n’è uno del 2021 pubblicato sulla rivista Aquatic Conservation Marine and Freshwater Ecosystems. La traduzione del titolo dell’articolo è: ‘Lacune conoscitive e sfide per la conservazione delle zone umide del Mediterraneo: evidenze da un inventario completo e da un’analisi della letteratura per la Sardegna’.

Il primo autore dello studio è Mauro Fois, botanico dell’Università degli studi di Cagliari. Lo contattiamo e andiamo a trovarlo. Ci accoglie nel suo ufficio all’Orto Botanico di Cagliari, perfetta cornice per la nostra conversazione. E con quella generosità tipica di alcuni scienziati ci condivide metodo e dati di un’operazione senza precedenti: mappare, «pozza dopo pozza», tutte le zone umide della Sardegna. Le stesse che, secondo l’ornitologo Gabriele Pinna, hanno potenzialmente la stessa importanza dei siti Ramsar. Il risultato? 2.567 wetland, la maggior parte delle quali non erano mai state oggetto di ricerca. Ed è un numero potenzialmente in aumento: non è raro che durante nuove escursioni vengano scoperti piccoli stagni non ancora non identificati. Dallo studio del 2021, realizzato nell’ambito del progetto internazionale MedIsWet finanziato dalla Fondazione Mava, Fois ha infatti continuato e continua ancora oggi ad aggiornare il database delle zone umide sarde. La mappatura, effettuata utilizzando il protocollo di Rapid Assessment definito da MedWet, ha visto la combinazione di dati satellitari e osservazioni sul campo.

“Siamo partiti da un inventario preliminare – spiega Fois – costruito identificando e digitalizzando tutte le zone umide visibili attraverso le immagini satellitari ad alta risoluzione di Google Earth. Dove c’era incertezza nell’area di una zona umida, abbiamo definito il poligono potenziale più grande in base alle fluttuazioni stagionali dell’inondazione e della copertura vegetale”.

Questo inventario preliminare è stato poi convalidato attraverso osservazioni sul campo. Fois e colleghi hanno visitato di persona gran parte delle zone umide identificate in Sardegna, integrando così i dati satellitari con diversi indicatori (per esempio, l’origine e la tipologia di wetland).

Utilizzando i dati di Fois e incrociandoli con il database Ramsar, il nostro team ha ricostruito questa visualizzazione della mappa di tutte le wetland della Sardegna ad oggi conosciute.

La mappa riporta i 2.567 siti di zone umide individuati dal gruppo di ricerca di Mauro Fois (di colore verde) e i 9 siti Ramsar (di colore azzurro). La dimensione dei cerchi è relativa alla dimensione in ettari della zona umida. Cliccando sui cerchi si apre una finestra in cui si trovano alcune informazioni: il nome della zona umida, la superficie in ettari, la sua origine (naturale o artificiale), il tipo di zona umida e lo stato di conservazione (se disponibile). Per i siti Ramsar, oltre al nome e alla superficie, sono riportati la data di registrazione al registro di Ramsar, il numero della zona umida e la descrizione che è stata riportata nel sito ufficiale della Convenzione di Ramsar quando è stato registrato il sito di interesse. Dati: Mauro Fois – studio realizzato nell’ambito del progetto Mediterranean Island Wetlands project (MedIsWet), finanziato dalla Fondazione Mava.

Fois ci indica un puntino sullo schermo del suo computer nella parte centrale della Sardegna, a ovest del golfo di Oristano.

“Questo è l’altopiano della Giara. Ha suoli di argilla impermeabile, che permettono il ristagno temporaneo d’acqua. A prima vista sembrerebbe quasi una cava, e invece è un’area umida. Dal punto di vista floristico, queste sono tra le aree umide più importanti. Ma sono fondamentali anche per un particolare tipo di fauna composta da piccoli invertebrati e anfibi”.

Invertebrati, anfibi e piante sono stati effettivamente meno considerati anche nella stessa selezione delle zone umide di interesse internazionale. Uno dei criteri principali stabiliti per l’identificazione dei siti Ramsar riguardava infatti l’avifauna, considerata indicatore primario di biodiversità e salubrità degli habitat. Elemento sicuramente molto importante, ma che di fatto ha portato a concentrarsi sulle aree costiere. Ma il caso sardo dimostra che le wetland possono essere ovunque. E che anche la flora o una fauna meno ‘famosa’ è importante per lo stato di salute di queste zone.

“È più semplice utilizzare i fenicotteri come specie bandiera per provare a far tutelare un territorio. Ma questo vale anche per altre specie. Tornando per esempio all’altopiano della Giara: questa zona è famosa solo per il cavallino della Giara, una razza endemica della Sardegna. Solo che, quando il cavallino non c’è, riconoscere questa come una delle aree più interessanti dal punto di vista ambientale e naturalistico diventa difficile. Così come è difficile convincere le persone a proteggerla”.

In sardo, ci spiega Fois, le aree umide più interne che presentano un ristagno d’acqua si chiamano paùli, termine che deriva dal latino palus: palude. E infatti, nell’immaginario collettivo, la palude non è certo il più piacevole degli ambienti. Eppure il loro ruolo è tanto cruciale quanto sottovalutato.

Questo tipo di habitat – continua Fois – appartiene alla categoria degli stagni temporanei mediterranei. “Fondamentale è il loro contributo alle falde freatiche: queste zone umide assicurano appunto la ricarica della falda. C’è poi anche un ruolo chiave delle aree umide nella cattura del carbonio e nel mitigare l’emissione eccessiva di CO2”.

Temporanee o permanenti, naturali o artificiali, piccole o grandi, in forma di stagno, acquitrino o palude, le zone umide sono un patrimonio ricchissimo contro la crisi climatica che stiamo vivendo e il caso sardo lo dimostra.

“La nostra mappatura delle zone umide della Sardegna ha funzionato bene perché siamo in un contesto insulare, circoscritto e limitato, dove non ci sono sovrapposizioni con altre regioni. Da noi le conseguenze dirette e indirette del cambiamento climatico sono più immediate ed evidenti, proprio perché siamo isolati. Per questo è possibile considerare la Sardegna un progetto pilota“.

L’importanza del ‘progetto pilota’ sardo sulla mappatura delle zone umide insegna che per poter proteggere un habitat vitale occorre prima di tutto conoscerlo nella sua complessità. Oggi le wetland hanno un ruolo strategico nella lotta alla crisi climatica riconosciuto dalla comunità scientifica, ma tanta strada resta da fare per la loro piena comprensione e salvaguardia. Le zone umide non sono infatti soltanto un patrimonio da conservare. Costituiscono un esempio unico di habitat complesso e altamente interconnesso a fattori ambientali e climatici, ma anche economici e sociali. E imparare a riconoscere il valore di questo patrimonio è il primo passo per non sprecarlo.

Questa inchiesta è stata supportata da:

Il programma “Environmental Investigative Journalism” di Journalismfund Europe, tramite cui abbiamo ottenuto una sovvenzione per l’inchiesta Wasted Wetlands svolta in diversi paesi, assieme ad altri colleghi europei (Maria Delaney e Steven Fox, Irlanda; Guillaume Amouret e Swantje Furtak, Germania)

Il lavoro di Giulia Bonelli è partito da un progetto sviluppato nell’ambito della Climate Arena Fellowships 2023, supportato da Arena for Journalism in Europe

Il lavoro di Elisabetta Tola è ulteriormente supportato dalla grant di Data Journalism del Laboratorio Interdisciplinare della SISSA di Trieste, con la collaborazione del gruppo di Data Science della SISSA, per uno sviluppo del progetto su tutta l’area mediterranea, lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie di remote sensing e gli strumenti AI per le analisi delle immagini satellitari

L’editing di questo articolo è a cura di Raffaele Angius



 

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