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Un giro d’affari da mille miliardi di euro e lavoro per circa 5,4 milioni di persone. Sono questi i pilastri su cui si reggono le nostre piccole e medie imprese, spina dorsale dell’economia. Sempre più competitive, dinamiche e aperte all’internalizzazione. E con una forte interconnessione tra loro, tanto da generare una sorta di ecosistema. Reggono bene anche alle crisi, grazie a una struttura finanziaria che negli ultimi anni si è rafforzata. Anche i livelli di debito sono contenuti. Per questo sostengono il PIL del Paese. «Il loro ruolo è centrale per l’economia italiana e per le esportazioni», dice Maria Luisa Miccolis, Head of Sales PMI del gruppo assicurativo SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero), controllato dal Ministero dell’Economia. A fine 2025, secondo il piano industriale, SACE avrà sostenuto investimenti per 111 miliardi di euro, con un incremento annuo atteso del 5% e un rendimento medio per il Paese sulle risorse allocate nel triennio superiore al 5%. Saranno 65mila le PMI coinvolte.

In quale settore le PMI sono più attive e proficue?

«Vediamo soprattutto l’export decollare grazie al loro operato. E lo abbiamo toccato con mano con “Piccole, medie e più competitive: le PMI italiane alla prova dell’export tra transizione sostenibile e digitale”, studio realizzato in collaborazione con The European House Ambrosetti».

Che cosa è emerso?

«Le PMI italiane nel 2021 hanno esportato 219 miliardi di euro, pari al 46% dell’export complessivo, con una crescita media annua del 2,7% tra il 2017 e il 2021, segnando un pieno recupero post-pandemico. La dinamica POSITIVA dell’export è attribuibile principalmente alla componente delle medie imprese che, pur essendo meno numerose delle piccole, hanno esportato di più, registrando una performance migliore anche rispetto al dato globale italiano».

Anche le più piccole fanno però la loro parte

«Il 57% di tutte le piccole imprese manifatturiere e oltre il 90% delle medie esporta. Le imprese di dimensione più ridotta, che esportano valori contenuti se non nulli, hanno comunque un impatto indiretto sull’export totale. Agiscono spesso in modo funzionale, supportando le vendite all’estero delle medie e delle grandi imprese, data la loro forte integrazione nell’ambito delle filiere domestiche attraverso le reti di fornitura».

Esiste dunque una generale propensione all’export?

«Sì e anche spiccata. Oltre un terzo di tutto il fatturato è realizzato all’estero, un dato superiore a quello dei principali competitor europei, Germania, Francia e Spagna».

Il settore di riferimento è sempre la manifattura?

«Quasi sette PMI esportatrici su 10 sono attive in questo ambito. Sono circa 35mila imprese, di cui 26mila piccole. Insieme sono responsabili dell’80% del valore esportato, con più della metà dell’export manifatturiero generato da tre settori: meccanica strumentale per 38,8 miliardi di euro nel 2021, prodotti in metallo per 31,8 miliardi di euro e alimentari e bevande per 19,3 miliardi di euro».

I principali Mercati di destinazione?

«Secondo l’Export Opportunity Index di SACE, nella top ten dei Mercati di opportunità rientrano quei Paesi che hanno intrapreso percorsi di diversificazione e transizione sostenibile e digitale: Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Spagna, India, Arabia Saudita e Cina. Ampio potenziale c’è anche nel Far East (Corea del Sud e Vietnam) e in America Latina (Messico e Brasile), dove i governi puntano su rafforzamento della manifattura e programmi d’investimenti che combinano sostenibilità e innovazione».

Di recente avete lanciato l’iniziativa Where to Export Map 2024. Di che si tratta?

«È un mappamondo digitale interattivo che traccia le vie della crescita per le imprese e le PMI che esportano e investono nel mondo. Le variabili economiche che guidano la domanda globale sono legate a doppio filo anche a quelle geopolitiche, ed è fondamentale sapere quali aspetti siano più esposti a fattori contingenti. Bisogna comprendere i reali effetti che eventi di cronaca possono generare sul quadro globale e riconoscere i rischi, ma soprattutto le opportunità, che le imprese italiane hanno di fronte a sé».

Che cosa avete evidenziato?

«Nel 2024 per il commercio internazionale ci si aspetta un ritorno alla crescita a un ritmo dell’1,7% in volume grazie all’allentamento delle condizioni finanziarie globali. Rimangono comunque rischi legati alle nuove criticità lungo le catene globali di fornitura e al clima di elevata incertezza globale».

Cosa attendersi dalla situazione nel Mar Rosso?

«Le nuove tensioni hanno un impatto che al momento è ritenuto non persistente per le imprese italiane, che vedono passare da lì rispettivamente il 7% e il 16% del loro export e import di beni».

Come si comporta il rischio di credito in relazione a quello politico?

«Gli indicatori di rischio politico comprendono i rischi di guerra, disordini civili e violenza politica, i rischi di esproprio e di violazioni contrattuali e i rischi di restrizioni al trasferimento e alla convertibilità valutari. Quello che emerge è un peggioramento in un contesto globale fortemente polarizzato da elementi di natura geopolitica, in particolare nella componente di violenza politica. Dei 194 Paesi analizzati, 72 migliorano, 78 sono stabili e 44 peggiorano».

Dove trovate peggioramenti?

«Il deterioramento è evidente non solo nei Paesi coinvolti direttamente in conflitti più o meno recenti (dopo Russia e Ucraina, anche Israele e Territori Palestinesi). Ma si riscontra anche in geografie dove ribollono tensioni internazionali o caratterizzate da un incremento delle tensioni sociali come Egitto, Tunisia. Anche di natura etnica o territoriale come in Armenia, Azerbaijan, Serbia, Kosovo, Taiwan. Oppure dove vi sia forte instabilità istituzionale, come per Niger, Gabon e Bolivia».

C’è anche un collegamento con il cambiamento climatico?

«Necessariamente. Nell’ultimo biennio, quasi tutte le aree terrestri hanno registrato temperature superiori alla media, con valori di oltre 1°C superiori alla media del periodo 1991-2020 per molto tempo. Le emissioni globali stimate di carbonio dovute agli incendi nel 2023 sono aumentate del 30% rispetto all’anno precedente, a causa in gran parte degli incendi persistenti in Canada. Gli episodi climatici estremi verificatisi in tutto il mondo hanno avuto impatti significativi sulla salute umana, sugli ecosistemi, sulla natura e sulle infrastrutture, nonché sulle economie dei Paesi colpiti».

Come sono messe le PMI in fatto di digitalizzazione e utilizzo dell’intelligenza artificiale?

«Siamo solo agli inizi, specie nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Ma le imprese stanno capendo che si tratta di sfide cui non è possibile sottrarsi, se si vuole rimanere competitivi e sul Mercato. Secondo l’Ufficio studi di SACE, un Paese che investe in nuove tecnologie e AI per un terzo dei settori, ne incrementa la produttività del 20%, generando un effetto moltiplicatore su tutta l’economia dell’1,3% annuo per i primi cinque anni e dello 0,6% nei primi dieci. Se si ipotizzasse invece un investimento a tutto campo sull’economia di un Paese, l’incremento annuale sarebbe dell’1,5% per circa 10-20 anni».

C’è anche il tema della sostenibilità

«Transizione sostenibile e rivoluzione digitale sono i due fenomeni che stanno caratterizzando in modo sempre più nitido e marcato l’attività di impresa. Nel 2022, oltre il 60% delle medie imprese manifatturiere e quasi il 40% delle piccole ha intrapreso azioni di sostenibilità, mostrando un’attenzione crescente per questi temi. Un fatto che a sua volta implementa la propensione all’export: il numero delle imprese che investe in Green e digitale e che esporta è di 20 punti percentuali superiore a quello di chi esporta non impegnandosi in alcuna transizione».

Le previsioni sono buone anche per i prossimi anni?

«Le esportazioni delle PMI italiane cresceranno secondo le attese del 4% nel 2024 e del 3,2%, in media, nel biennio successivo 2025-2026, quando supereranno i 300 miliardi di euro. Sono stime realizzate da SACE sulle vendite oltreconfine di beni. La dinamica sarà ancora attribuibile prevalentemente alle medie imprese, il cui export crescerà a un ritmo superiore a quello complessivo: +7,3% è stato nel 2023 e +5% sarà nel 2024. Il segmento di più piccole dimensioni, invece, tende a scontare ostacoli maggiori nell’accesso ai Mercati esteri e mostra un potenziale in parte inespresso».

Che ruolo ha SACE in questo ecosistema?

«Siamo specializzati nel sostegno alle imprese attraverso soluzioni a supporto della competitività in Italia e all’estero. SACE è infatti presente nel mondo con 13 sedi in Paesi target per il Made in Italy, con l’obiettivo di costruire relazioni con controparti locali primarie e, attraverso strumenti finanziari dedicati, facilitare il business con le imprese italiane. In particolare siamo partner di riferimento per le imprese italiane che esportano e crescono nei Mercati esteri. Supportiamo anche il sistema bancario per facilitare l’accesso al credito delle aziende e sostenerne liquidità e investimenti».

Quali strumenti mettete in campo?

«Abbiamo un portafoglio di operazioni assicurate e investimenti garantiti pari a 260 miliardi di euro. In aggiunta, una serie di servizi di accompagnamento, come il nostro hub formativo SACE Education, il programma di formazione specialistica e certificata che accompagna le imprese italiane verso modelli di business 4.0 con l’obiettivo di valorizzarne il capitale umano e affiancarle nel processo di internazionalizzazione e transizione digitale».

C’è qualche caso concreto che potete portare come esempio per quanto riguarda le garanzie sugli investimenti?

«Di recente è stata realizzata la prima operazione nel panorama bancario italiano nell’ambito di Garanzia Futuro di SACE. Il finanziamento l’ha ottenuto da Intesa San Paolo l’azienda pugliese SIR S.p.A., che ha sede a Brindisi e si occupa di servizi industriali, ambientali e portuali, in particolare demolizioni, trasporto merci, bonifiche e trattamento di rifiuti. L’importo finanziato è stato pari a 1,2 milioni di euro».

In che cosa consiste il progetto Garanzia Futuro, lanciato da poco?

«Si tratta del nuovo strumento digitale di SACE dedicato all’intero ecosistema delle imprese italiane, e in particolare alle PMI. Contiene un nuovo metodo di valutazione che permette di emettere la garanzia in poche ore. Si accede così a finanziamenti a medio/lungo termine fino a 50 milioni di euro in linea capitale, con durata compresa tra i due e i vent’anni e con garanzia SACE pari al 70%. Il processo è interamente digitale, di conseguenza i tempi sono più rapidi e il tutto è più semplice. L’obiettivo è sostenere la crescita sui Mercati globali, l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione».

Chi può accedere a questi finanziamenti?

«Possono beneficiarne le società di capitali con almeno tre anni di operatività, appartenenti a tutti i settori merceologici e classi dimensionali».

Quali altri progetti state portando avanti?

«Si sono appena conclusi i SACE for Made in Italy Free Days, due settimane di offerta di servizi gratuiti rivolti alle aziende. Tra questi la valutazione, che permette di conoscere l’affidabilità dei partner commerciali di far fronte ai propri impegni di pagamento, grazie all’analisi degli esperti SACE. Oppure il Parere di assicurabilità, che consente di scegliere la copertura più adatta in base alle esigenze di business, singola commessa o transazioni ripetute. E ancora, l’Istruttoria gratuita Easy Factoring per avviare una valutazione preliminare gratuita, con gli specialisti SACE, volta a ottenere liquidità dai crediti commerciali in tempi rapidi mediante firma digitale e in totale autonomia. Il fine è ottimizzare i flussi di cassa».

Cosa prevede il vostro nuovo piano industriale?

«Si chiama INSIEME 2025, ed è stato presentato a novembre 2022. Il Piano guiderà le scelte strategiche e il modello di business nel triennio 2023-2025 con il fine di accelerare l’evoluzione di imprese e Sistema Paese verso un paradigma di crescita più sostenibile. Si punterà su investimenti in innovazione tecnologica per andare incontro alle esigenze delle imprese e sostenere in modo più incisivo le PMI».

Quali sono i target che vi siete prefissati?

«Export e internazionalizzazione sono il cuore della missione di SACE. I target del Piano Industriale puntano a una crescita nel triennio 2023-2025 di oltre il 30% dei volumi di contratti assicurati e investimenti garantiti in questo ambito, pari a circa 49 milioni».

Sul fronte ESG, invece?

«La nostra nuova strategia ESG prevede una profonda evoluzione del modello operativo e di business integrando i criteri ambientali sociali e di governance in tutti i processi decisionali. Si fonda su un sistema di misurazione d’impatto basato su metriche scientifiche».

Quali sono gli step?

«Accelerare la transizione delle imprese è il primo pilastro della strategia, con un focus specifico sui settori del futuro: energie rinnovabili, economia circolare, veicoli elettrici e mobilità condivisa. Una attenzione particolare sarà rivolta alle PMI, con lo sviluppo di un eco-sistema a loro dedicato. Il secondo pilastro punta a far diventare SACE una ESG Excellence Company, garantendo la coerenza delle attività quotidiane interne con iniziative esterne volte alla riduzione dell’impatto ambientale dell’organizzazione. L’idea è creare una catena di fornitura sostenibile e formare le persone di SACE verso un modello di leadership e di valori sostenibile».

Applicate anche una policy inclusiva e in favore della parità di genere?

«Abbiamo adottato una politica che prevede un ampio raggio di interventi, per incorporare l’inclusione nei nostri processi. Il nostro organico è poi composto per il 49% da donne, mentre l’età media è 41 anni. La diversità e la parità di genere ci offrono visioni e prospettive non tradizionali: sono un driver di competitività in termini di innovazione, problem solving e decision making. Per questo, l’inclusione è un nostro punto di forza, anche nel modello di leadership diffusa che adottiamo, ed è considerato un comportamento che deve essere di tutti».                         ©

📸Credits: Canva



 

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