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La crisi della carta stampata ormai va avanti da un po’ e, per sopravvivere, i quotidiani si affidano agli investimenti pubblicitari (in calo) e ai contributi pubblici (nelle mani di pochi). La newsletter Digital Media Sunday Brunch fa il punto con nomi e numeri. Tutti i dettagli

 

La tv, intesa come mezzo d’informazione, è sempre meno seguita, mentre le piattaforme social battono tutti gli altri tipi di media. La carta stampata è ormai un lontano ricordo ma anche le notizie online vengono accuratamente evitate dagli utenti, in parte per i contenuti negativi e in parte per la crescente sfiducia.

È la fotografia scattata dalla società di ricerca GWI, che ha intervistato oltre 960 mila utenti Internet in 53 mercati (Italia compresa) di età compresa tra i 16 e i 64 anni. A riferirlo è la newsletter Digital Media Sunday Brunch che si è concentrata sui dati relativi all’andamento dei quotidiani, che provano a restare a galla tra investimenti pubblicitari e contributi pubblici.

COME VA LA RACCOLTA PUBBLICITARIA DELLA CARTA STAMPATA

Gli investimenti pubblicitari sulla stampa sono in calo. Del 13,7% rispetto al 2023. Lo afferma Digital Media Sunday Brunch citando i dati della Federazione concessionarie pubblicità (Fcp) relativi alla raccolta pubblicitaria della carta stampata a febbraio 2024.

Peggio di tutti va ai quotidiani che segnano un -14,6% rispetto al primo bimestre dell’anno scorso. Nel dettaglio, quelli nazionali perdono l’11% anno su anno, mentre va meglio ai locali che calano solamente dell’1,1% rispetto all’anno precedente.

Ma guardando più indietro nel tempo, Digital Media Sunday Brunch osserva che “il panorama è ancor più fosco”, infatti, “il totale degli investimenti pubblicitari, rispetto al 2018, cala del 39,7%”, con “i quotidiani nazionali [che] lasciano sul terreno il 30,4%, e quelli locali il 39,5%”.

“A spazi – si legge – il trend resta negativo ma in maniera meno accentuata, a conferma che le concessionarie continuano a cedere sui listini pur di tenere legati gli inserzionisti. Dinamica costante nel tempo della quale fatichiamo davvero a comprenderne la logica”.

COSA NON VA NEI CONTRIBUTI STATALI

Sono 80 i gruppi editoriale e le testate che hanno fatto richiesta per il contributo straordinario al Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, che ha fissato a 28 milioni di euro il tetto di spesa, contro i quasi 38 milioni di euro auspicati dai giornali.

I 28 milioni di euro per l’anno 2022, per le copie vendute nel 2021, corrispondono a un contributo pari a 5 centesimi di euro per ogni copia cartacea di quotidiani e periodici venduta, anche in abbonamento, nell’anno di riferimento.

Questi dati, afferma Digital Media Sunday Brunch, “la dicono lunga su quanto male vengano spesi i soldi statali, dunque dei cittadini, a favore dell’editoria”. Intanto, “perché riguardano solamente testate stampate” – mentre il mondo è già andato e sta continuando ad andare verso il digitale – e poi perché “come avviene per i contributi diretti, vi è una forte concentrazione a favore di pochi delle risorse”.

LE RISORSE NELLE MANI DI POCHI

Degli 80 editori e testate che hanno fatto richiesta, 27, ovvero circa un terzo del totale, hanno ricevuto un contributo superiore ai 200 mila euro. “A queste – scrive Digital Media Sunday Brunch -, complessivamente vanno 23,8 milioni di euro, ossia l’85% del totale”.

Ai primi cinque (RCS Mediagroup, Gedi, Cairo Editore, Editoriale Nazionale e Mondadori), tutti sopra il milione di euro, vanno quasi 14,1 milioni, pari a più del 50% del totale.

In particolare a Cairo, con RCS e Cairo Editore, va la fetta più grossa poiché incassa 7,1 milioni di euro, e cioè “da solo raccoglie un quarto [25,3%] del totale dei contributi erogati”.

Tra gli altri fortunati, sommando le diverse testate di proprietà, Caltagirone Editore riceve più di 1,5 milioni di euro, mentre al Gruppo di Belpietro vanno più di 705 mila euro. Il Gruppo SAE ne riceve oltre 786 mila e il Gruppo Sesaab e le testate di Angelucci si attestano sopra il mezzo milione di euro.

Fonte: Digital Media Sunday Brunch

 

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